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isolati e improvvisi, ora succedendosi rapidi l'uno all'altro. Poi di nuovo tutto tacque, poi di nuovo si udì quel crepitio di mortaretti, come se qualcuno ci camminasse sopra. Gli ussari rimasero fermi per circa un'ora nello stesso posto. Era incominciato anche il cannoneggiamento. Il conte Osterman-Tolstoj passò col suo seguito dietro lo squadrone; si fermò a parlare col comandante del reggimento, poi si allontanò verso le postazioni dei cannoni in cima alla collina.   
   Subito dopo che Osterman si era allontanato, fra gli ulani echeggiò l'ordine: «In colonna, schierarsi per l'attacco!» La fanteria davanti a loro divise in due i plotoni per lasciar passare la cavalleria. Gli ulani si misero in moto, facendo oscillare le banderuole delle lance, e discesero al trotto verso la cavalleria francese, che era comparsa a sinistra sotto la collina.   
   Non appena furono scesi dalla collina gli ulani, venne ordinato agli ussari di salirvi sotto la copertura della batteria. Mentre gli ussari si disponevano al posto degli ulani, dalla prima linea passarono in volo sopra le loro teste, gemendo e sibilando, lontane pallottole che andarono a vuoto.   
   Questo suono che non udiva da tanto tempo produsse in Rostov un effetto ancor più gaio ed elettrizzante del crepitare della fucileria risuonato poc'anzi. Ergendosi sul cavallo, scrutava il campo di battaglia che si apriva davanti alla collina e con tutta l'anima partecipava al movimento degli ulani. Questi volarono veloci a ridosso dei dragoni francesi; qualcosa, laggiù, si confuse nel fumo e cinque minuti più tardi gli ulani si buttarono indietro: non nel punto ove stavano prima, ma più a sinistra. Frammisti all'arancione degli ulani e al fulvo dei loro cavalli - e dietro di essi, in massa compatta - si scorgeva il turchino dei dragoni francesi

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