prescritto, non credeva nella guarigione e non dava importanza alla propria vita.
Il medico veniva ogni giorno, le tastava il polso, le guardava la lingua, e senza far caso al suo viso abbattuto, scherzava con lei. Ma in compenso, quando egli passava nell'altra stanza, la contessa si affrettava a seguirlo ed egli, assumendo un'aria contegnosa e scuotendo il capo impensierito, diceva che il pericolo sussisteva, ma nondimeno nutriva fiducia nell'efficacia di quell'ultima medicina, che bisognava aspettare e stare a vedere... che la malattia era soprattutto d'ordine psicologico, ma...
Cercando di nascondere l'atto a se stessa e al dottore, la contessa gli faceva scivolare in mano una moneta d'oro e ogni volta ritornava dalla malata col cuore più tranquillo.
I sintomi della malattia di Nataša consistevano nel mangiar poco, dormir poco, tossire, e nel non riprendere le forze perdute. I dottori dicevano che non si poteva lasciare la malata senza assistenza medica, cosicché, nonostante l'afa estiva, la trattenevano in città. Fu così che nell'estate 1812 i Rostov non andarono in campagna.
Ma nonostante la gran quantità di pillole ingoiate, nonostante le gocce e polverine in fialette e scatolette - di cui M.me Schoss, appassionata di queste cianfrusaglie, aveva raccolto una cospicua collezione - nonostante la mancanza dell'abituale soggiorno in campagna, la giovinezza ebbe il sopravvento: il dolore di Nataša cominciò a venir ricoperto dall'accumularsi delle impressioni quotidiane; smise di pesarle sul cuore con una fitta così lancinante e cominciò a trasformarsi in passato. E pian piano le condizioni fisiche di Nataša cominciarono a migliorare.