facendosi il segno della croce con particolare devozione; e si ripeteva che, se anche non riusciva a capire, non poteva tuttavia dubitare, e comunque doveva amare il Sinodo in carica e pregare per esso.
Terminato il responsorio, il diacono incrociò la stola sul petto e proferì:
«Noi stessi e la nostra vita rimettiamo a Cristo Signore.»
«Noi stessi rimettiamo al Signore,» ripeté nella sua anima Nataša. «Signore Iddio, mi affido alla Tua volontà,» pensò Nataša. «Non voglio, non desidero nulla; insegnami Tu quel che devo fare, come usare la mia volontà! Prendimi con te, prendimi con te!» ripeteva con una sorta di commossa trepidazione nell'anima, senza farsi il segno della croce e lasciando cadere le sue braccia esili, come aspettandosi che da un momento all'altro una forza invisibile l'afferrasse liberandola da lei stessa, dai suoi rimpianti, desideri, recriminazioni, speranze, peccati.
Più volte durante il rito la contessa si volse a guardare il viso commosso e gli occhi lucidi di sua figlia, e pregava Dio affinché la soccorresse.
A metà funzione - in modo affatto inatteso e non secondo l'ordine consueto, a Nataša ben noto - il diacono portò uno sgabello (lo stesso usato per la preghiera genuflessa del giorno della Trinità) e lo posò davanti alla porta maggiore. Il sacerdote uscì con la sua calotta di velluto viola, si accomodò i capelli e si inginocchiò con uno sforzo. Tutti lo imitarono e intanto si guardavano l'un l'altro perplessi. Era una preghiera appena ricevuta dal Sinodo: una preghiera per la salvezza della Russia dall'invasione nemica.
«Signore Iddio degli eserciti, Dio della nostra salvezza,» cominciò a dire il prete con quella voce chiara, senza enfasi e mite con cui recitano