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Io do la mia pavola che la sfondevò; datemi cinquecento uomini, e io li sgominevò, è sicuvo! C'è un solo sistema: la guevva pavtigiana!»   
   Denisov si alzò e, gesticolando, espose il suo piano a Bolkonskij. A metà della sua esposizione, le grida delle truppe, più disordinate, più sparpagliate, confuse con i suoni di bande e di canzoni, giunsero dal luogo della rivista. Nel villaggio si udirono calpestii di cavalli e altre grida.   
   «Arriva!» gridò il cosacco, che stava davanti al portone, «arriva!»   
   Bolkonskij e Denisov si avvicinarono al portone, presso il quale stava un drappello di soldati (il picchetto d'onore), e videro Kutuzov che avanzava lungo la via su un piccolo cavallo baio. Un numerosissimo seguito di generali gli cavalcava dietro. Barclay procedeva quasi al suo fianco; una folla di ufficiali correva dietro e intorno a loro, e gridava «urrà!».   
   Gli aiutanti precedettero il comandante in capo entrando al galoppo nel cortile. Kutuzov, spronando con impazienza il suo piccolo cavallo che procedeva d'ambio sotto il suo peso, e facendo continui cenni di saluto, si portava la mano al bianco berretto di cavaliere della Guardia (con il bordo rosso e senza visiera) che aveva in testa. Avvicinandosi alla scorta d'onore composta di aitanti granatieri, in gran parte decorati, che gli presentava le armi, per un buon minuto, in silenzio, attentamente, egli li osservò con quello sguardo insistente di chi è abituato al comando; poi si voltò verso la folla dei generali e degli ufficiali che lo circondavano. Il suo viso a un tratto assunse un'espressione astuta; e alzò le spalle con un gesto di perplessità.   
   «E con giovanotti di questo genere continuare a ritirarsi!» disse. «Ebbene, arrivederci, generale,» soggiunse e spinse il cavallo nel

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