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sei; dopo la battaglia, invece, di uno a due; vale a dire, fino alla battaglia noi avevamo centomila uomini contro centoventimila, e dopo la battaglia, cinquanta contro cento. Eppure, l'intelligente ed esperto Kutuzov accettò la battaglia. E Napoleone, condottiero geniale, come lo chiamano, diede battaglia, perdette un quarto dell'esercito, estendendo ancora di più la linea delle operazioni. Se ci diranno che occupando Mosca egli pensava, come con l'occupazione di Vienna, di metter fine alla campagna, vi saranno testimonianze che proveranno il contrario. Gli stessi storici di Napoleone raccontano che egli sin da Smolensk aveva intenzione di fermarsi, che conosceva il pericolo di un fronte così esteso, e sapeva che la presa di Mosca non significava la fine della campagna, perché fin da Smolensk aveva veduto in quali condizioni gli venivano abbandonate le città russe e non aveva ottenuto nessuna risposta alle sue reiterate dichiarazioni di voler condurre trattative.   
   Dando e accettando la battaglia di Borodino, Napoleone e Kutuzov agirono al di là della loro volontà e insensatamente. E gli storici, a fatti compiuti, hanno insinuato, in un secondo tempo, sottili e complicate dimostrazioni della preveggenza e della genialità dei condottieri, che, di tutti gli strumenti involontari degli eventi del mondo, furono quelli che agirono nel modo più servile e passivo.   
   Gli antichi ci hanno lasciato dei modelli di poemi eroici, nei quali gli eroi rappresentano tutto l'interesse della storia, e noi non possiamo ancora abituarci all'idea che, per l'umanità della nostra epoca, una storia di questo genere non ha senso. Sull'altra questione - come furono condotte la battaglia di Borodino e quella di Ševardino, che la precedette - esiste pure, ben precisa e molto diffusa, un'opinione completamente falsa. Tutti gli storici descrivono la cosa nel modo seguente:   

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