contratto.
Erano seduti in salotto, vicino alla finestra. Il sole tramontava. Dalla finestra entrava profumo di fiori. Hélène indossava un abito bianco trasparente sulle spalle e sul seno. L'abate, ben pasciuto, con un mento grassoccio, ben rasato e liscio, con una bella bocca dal taglio incisivo e mani bianche mitemente incrociate sulle ginocchia, era seduto vicino a lei e di tanto in tanto la guardava tranquillamente in faccia con uno sguardo profondamente ammirato della sua bellezza, mentre esponeva il proprio punto di vista sulla questione che li interessava. Hélène sorrideva inquieta, guardava i capelli ondulati, le guance grassocce rasate con cura e ombreggiate di nero dell'abate e si aspettava che da un momento all'altro il colloquio prendesse un'altra piega. Ma, nonostante l'abate fosse evidentemente compiaciuto dell'avvenenza e della vicinanza della sua interlocutrice, era completamente impegnato nei virtuosismi del proprio mestiere.
I ragionamenti che il direttore di coscienza veniva svolgendo erano i seguenti. Ignorando il significato di ciò che facevate, voi avete promesso fedeltà coniugale a un uomo che, da parte sua, contraendo matrimonio e non credendo nel significato religioso del matrimonio, ha commesso un sacrilegio. Questo matrimonio non ha avuto il duplice significato che avrebbe dovuto avere. Ciononostante, però, la promessa era sempre vincolante. Voi le siete venuta meno. Che cosa avete commesso? Péché veniel oppure péché mortel? Se adesso, allo scopo di avere dei bambini, contraeste un nuovo matrimonio, il vostro peccato potrebbe essere perdonato. Ma la questione si scinde di nuovo in due: primo...
«Ma io penso,» disse a un tratto con il suo affascinante sorriso Hélène, che si stava annoiando, «che, essendo entrata nella vera