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le casse abbandonate di stoviglie, bronzi, quadri, specchi, che la notte prima erano state imballate con tanta cura, e tutti continuavano a cercare e a trovare il modo di togliere questo o quest'altro e di cedere altri carri.   
   «Se ne possono prendere ancora quattro,» disse l'amministratore, «io darň il mio carro, altrimenti questi dove li mettiamo?»   
   «Ma date anche la mia vettura-guardaroba,» disse la contessa. «Dunjaša verrŕ nella mia carrozza.»   
   Cedettero anche la vettura-guardaroba che fu mandata a prendere i feriti due case piů in lŕ. Tutti i familiari e i domestici erano in preda ad una gaia eccitazione. Nataša era in uno stato d'animazione entusiastica e felice, come da tempo non provava.   
   «Dove lo leghiamo questo?» dicevano i domestici collocando un baule sullo stretto portabagagli di una carrozza, «bisognerebbe tenersi almeno un carro.»   
   «Ma che cosa c'č dentro?» domandň Nataša.   
   «I libri del conte.»   
   «Lasciatelo. Ci penserŕ Vasilič a riporlo. Non sono necessari.»   
   Il calesse era pieno di gente; ci si chiedeva dove far accomodare Pëtr Il'ič.   
   «Andrŕ a cassetta. Tu monti a cassetta, non č vero, Petja?» gridň Nataša.   
   Anche Sonja si affaccendava di qua e di lŕ senza un momento di riposo, ma lo scopo del suo trameněo era opposto a quello di Nataša: metteva via la roba che doveva restare, ne prendeva nota, per desiderio della contessa, e s'ingegnava di portarne dietro il piů possibile.   
   

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