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corte, flaccide, come invecchiate, si trascinano lentamente senza dar fastidio a nessuno, senza desiderare nulla, smarrita ormai la coscienza della vita. I fuchi, calabroni e farfalle, volando, vanno a picchiare contro le pareti dell'arnia. Qua e là fra pezzi di cera con larve morte e miele, ogni tanto si sente un rabbioso brontolio; qua e là due api, per vecchia abitudine e per istinto, tentano di pulire il fondo dell'arnia e trascinano diligentemente, con estremo sforzo, un'ape morta o un calabrone, ma non sanno neanche loro perché lo fanno. In un altro angolo altre due vecchie api si battono pigramente, o si puliscono, o si nutrono a vicenda, senza neanche sapere se lo facciano amichevolmente od ostilmente. In un terzo punto una folla di api, spingendosi a vicenda, assale qualche vittima e la colpisce e la soffoca. E l'ape indebolita o uccisa casca dall'alto nel mucchio di cadaveri leggera, lenta, come una piuma. L'apicultore rimuove i due favi centrali per guardare il nido. Invece dei neri circoli compatti di migliaia di api accucciate schiena a schiena, vigilanti sui supremi misteri della riproduzione, vede centinaia di carcasse di api avvilite, semimorte e sonnolente. Quasi tutte sono già morte senza neanche accorgersene, accucciate sul sacro tesoro che custodivano e che ormai non esiste più. Da esse emana odore di putrefazione e di morte. Solamente alcune si muovono, si alzano, fiaccamente volano e si posano sulla mano del nemico, senza la forza di pungerlo: le altre, morte, scivolano giù leggere come scaglie di pesce. L'apicultore chiude la saracinesca, fa segno con il gesso sull'arnia e, scelto il momento, la sfascia e la brucia.   
   Così era vuota Mosca mentre Napoleone, stanco, inquieto e accigliato, camminava avanti e indietro lungo il Kamerkolležskij Val, in attesa di quell'esteriore, ma indispensabile osservanza del cerimoniale, ossia il

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