sul ponte e non si spostano. E se facessimo un cordone per impedire agli ultimi di svignarsela?»
«Ma andate laggiù! Cacciateli via!» gridò l'ufficiale più anziano.
L'ufficiale con la sciarpa scese dal cavallo, chiamò il tamburino ed entrò insieme con lui sotto gli archi. Alcuni soldati si buttarono in fuga tra la folla. All'ufficiale si avvicinò in fretta e con baldanza, agitando le braccia, un mercante con delle pustole rosse sulle guance e intorno al naso, con una calma, incredibile espressione calcolatrice sulla faccia ben nutrita.
«Signore» disse, «per carità, difendeteci. Noi su certe sciocchezze chiudiamo anche un occhio, anzi, favorite! Prego, posso anche portarvi subito del panno, per un gentiluomo anche due pezze, il piacere è tutto nostro! Perché noi capiamo la realtà delle cose; ma questo che cos'è? È vero vandalismo! Vi prego. Se si potesse magari mettere qualcuno di guardia, almeno ci lasciassero chiudere...»
Intorno all'ufficiale si raccolsero alcuni mercanti.
«Eh! Che serve lagnarsi!» disse uno di loro, magrolino, con una faccia severa. «Quando ti mozzano la testa, mica piangi per i capelli. Che ognuno si pigli quello che vuole!» Agitò la mano con un gesto energico e si voltò di fianco all'ufficiale.
«Tu parli bene, Ivan Sidoryè,» esclamò arrabbiato il primo mercante. «Vi prego, signore.»
«Ma che si può fare?» gridò quello magro. «Qui, in tre botteghe, io ho merce per centomila rubli. Come salvarla quando le truppe se ne sono andate? Eh, gente, non è con le nostre mani che possiamo cambiare il volere di Dio!»
«Vi prego, signore,» disse il primo mercante facendo un inchino.