«Tre volte mi hanno ucciso, tre volte risorto da morte. Mi hanno lapidato, mi hanno crocefisso... risusciterò... risusciterò... risusciterò. Hanno dilaniato il mio corpo. Il regno di Dio crollerà... Tre volte lo distruggerò e tre volte lo edificherò,» gridava, alzando sempre più il tono della voce.
A un tratto il conte Rastopèin impallidì com'era impallidito quando la folla si era avventata su Verešèagin. Si voltò dall'altra parte.
«Via... via presto!» ordinò al cocchiere con voce tremante.
La carrozza volò via con tutta la forza di cui disponevano i cavalli, ma il conte Rastopèin sentì ancora a lungo dietro di sé, sempre più lontano, il folle, disperato grido, mentre davanti agli occhi gli tornava il volto stupito, spaventato e insanguinato del traditore col pellicciotto di volpe.
Per quanto fresco fosse quel ricordo, Rastopèin sentiva, ormai, che gli si era scolpito profondamente, fin nel più vivo della carne, nel cuore. Sentiva chiaramente, ormai, che la traccia sanguinosa di questo ricordo non si sarebbe mai rimarginata e che, al contrario, quanto più tempo fosse passato, tanto più acre, tanto più doloroso gli sarebbe rimasto vivo nel cuore, fino alla sua morte, quel terribile ricordo. Aveva ancora nelle orecchie il suono della propria voce: «Uccidetelo, ne rispondete con la vostra vita!» «Perché ho detto queste parole! Le ho dette così senza pensarci... Potevo anche non dirle (pensava adesso): così non sarebbe successo niente.» Vedeva la faccia spaventata e poi inferocita del dragone che aveva inferto il primo colpo e lo sguardo di silenzioso, timido rimprovero che gli aveva lanciato quel ragazzo col pellicciotto di volpe... «Ma io non l'ho fatto per me. Io dovevo agire così. La plèbe, le traître... le bien publique,» diceva a se stesso.