si mise a parlare sorridendo. Le chiese poi di comuni conoscenti: la principessa si animò ancor più e prese a raccontare, riferendo al principe i saluti e i pettegolezzi cittadini.
«La comtesse Apraksine, la pauvre, a perdu son mari, et elle a pleuré les larmes de ses yeux,» diceva, animandosi sempre più.
Nella misura in cui lei si animava, il principe la guardava con occhi sempre più severi finché improvvisamente, come se l'avesse studiata a sufficienza, e si fosse fatta un'idea chiara di lei, le voltò le spalle e si rivolse a Michajl Ivanoviè.
«Allora, Michajl Ivanoviè, il nostro Bonaparte la passerà brutta. Come mi ha riferito il principe Andrej,» chiamava sempre così il figlio, in terza persona, «quali forze si raccolgono contro di lui! Ed io e voi che l'avevamo sempre considerato un uomo di poco conto.»
Michajl Ivanoviè, che non sapeva assolutamente quando quell'«io e voi» avessero pronunciato un simile giudizio su Bonaparte, ma capiva di essere necessario come introduzione al discorso prediletto del principe, guardò meravigliato il giovane principe, senza sapere lui stesso che cosa sarebbe seguito.
«È un grande tattico, lui!» disse il principe al figlio, indicando l'architetto.
E il discorso tornò a vertere sulla guerra, su Bonaparte, sui generali e gli uomini di stato del giorno d'oggi. Il vecchio principe, evidentemente, non solo era convinto che la nuova generazione dirigenziale fosse composta da ragazzini che non capivano nemmeno l'abicì della scienza della guerra e del governo, e che Bonaparte fosse un piccolo francese insignificante, il quale aveva avuto successo soltanto perché non c'erano più i Potëmkin e i Suvorov da contrapporgli; ma altresì che in Europa non