Lavruška con alcune carte in mano.
«Stupido! perché entri senza essere chiamato?» disse Nikolaj, cambiando rapidamente posizione.
«Da parte del governatore,» disse con voce sonnolenta Lavruška, «il corriere ha portato delle lettere per voi.»
«Va bene, grazie, vattene!»
Nikolaj prese le due lettere. Una era di sua madre, l'altra di Sonja. Le riconobbe dalla calligrafia e aprì per prima la lettera di Sonja. Lette le prime righe, il volto gli si fece pallido e gli occhi gli si spalancarono in un'espressione spaurita ed esultante.
«No, non può essere!» esclamò a voce alta.
Incapace di star fermo, incominciò a passeggiare su e giù per la stanza con la lettera fra le mani, e intanto continuava a leggerla. Diede una scorsa a tutta la lettera, poi la rilesse una volta, due, e, alzando le spalle e allargando le braccia, si fermò in mezzo alla stanza con la bocca aperta e gli occhi fissi. Quello per cui aveva pregato pochi istanti prima, convinto che Dio avrebbe esaudito la sua preghiera, era stato esaudito; ma Nikolaj ne rimase sbalordito come se si trattasse di qualcosa di straordinario, come se non si fosse mai aspettato niente di simile, e come se proprio il fatto che la cosa si era realizzata così rapidamente, dimostrasse che tutto dipendeva non da Dio, cui aveva rivolto le sue preghiere, ma da un semplice caso.
Quello che sembrava un nodo inestricabile, che vincolava la sua libertà, era stato già sciolto dalla lettera di Sonja, del tutto imprevedibile (come sembrò a Nikolaj), e immotivata. Sonja gli scriveva che gli ultimi, terribili avvenimenti, la perdita quasi totale del patrimonio dei Rostov in Mosca, e il desiderio, più volte espresso dalla