sentiva vedendo un alto funzionario francese che passava, in senso opposto al loro, su una carrozza tirata da due cavalli e guidata da un soldato. Lo sentiva udendo gli allegri suoni di una banda militare, provenienti dalla parte sinistra dell'accampamento, e soprattutto lo sentiva e lo capiva dall'elenco che, facendo l'appello dei prigionieri, l'ufficiale francese aveva letto quella mattina. Pierre era stato catturato da qualche soldato, l'avevano condotto prima in un posto e poi in un altro, insieme ad altre decine di persone; era dunque possibile che lo dimenticassero, lo confondessero con gli altri. E invece no: le risposte, che aveva dato durante l'interrogatorio, gli erano ritornate sotto forma di quell'appellativo: celui qui n'avoue pas son nom. E sotto questo appellativo, che a Pierre suonava strano e terribile, adesso lo stavano portando chissŕ dove, fermamente convinti (lo si poteva leggere nei loro volti) che tutti quei prigionieri, e lui insieme agli altri, fossero proprio le persone che servivano al loro scopo, e che li stavano conducendo proprio lě dove occorreva. Pierre si sentiva come un'insignificante scheggia di legno caduto fra gli ingranaggi di una macchina, che lui non conosceva, ma che funzionava secondo tutte le regole.
Pierre e gli altri prigionieri furono condotti, costeggiando il lato destro del Devičie Pole, in una grande casa bianca dall'enorme giardino, non lontana dal monastero. Era la casa del principe Ščerbatov, dove tante volte Pierre s'era recato in visita, e in cui adesso, come seppe dai discorsi dei soldati, risiedeva il maresciallo duca di Eckmühl.
Li condussero fino all'ingresso e li fecero entrare nella casa uno per volta. Pierre fu il sesto. Attraverso la galleria, il vestibolo, l'anticamera, a Pierre ben noti, lo condussero in uno studio, lungo e