Nella stanza vicina si avvertì un rumore e si udirono i passi di Toll, Konovnicyn e Bolchovitinov.
«Ehi, chi c'è? Entrate, entra! Novità?» li apostrofò il feldmaresciallo.
Mentre un servitore accendeva la candela, Toll espose il contenuto del dispaccio.
«Chi lo ha portato?» domandò Kutuzov con una faccia che, quando si accese la candela, impressionò Toll per la sua fredda severità.
«Non ci possono essere dubbi, Eccellenza Serenissima.»
«Chiamalo, fallo venire qui!»
Kutuzov restava seduto facendo penzolare una gamba fuori dal letto e gravando con il suo grosso ventre sull'altra gamba ripiegata. Strizzava il suo occhio buono per esaminare meglio il corriere, come se volesse leggere nei suoi lineamenti ciò che lo interessava.
«Di', di', amico,» disse a Bolchovitinov con la sua fievole voce senile, chiudendo la camicia che si era aperta sul petto. «Vieni, vieni più vicino. Che belle notizie mi porti? Eh? Napoleone è andato via da Mosca? Davvero è così? Eh?»
Bolchovitinov riferì dettagliatamente dal principio tutto ciò che gli era stato ordinato di dire.
«Su, su, arriva al dunque, non farmi soffrire,» lo interruppe Kutuzov.
Bolchovitinov raccontò tutto e poi rimase in silenzio, in attesa di ordini. Toll stava per dire qualcosa, ma Kutuzov lo bloccò. Era sul punto di parlare ma ad un tratto corrugò la faccia che gli si contrasse in una smorfia; facendo con la mano un gesto verso Toll, si voltò dalla parte opposta, verso l'angolo privilegiato dell'izba che nereggiava di icone.
«Signore, mio Creatore! Hai ascoltato la nostra preghiera...» esclamò