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Denisov e supponendo che dipendesse dai suoi calzoni rimboccati, andava sistemandoli sotto il cappotto in modo furtivo, sforzandosi di assumere un aspetto il più marziale possibile.   
   «C'è qualche ordine da recapitare da parte di Vostra Eccellenza?» chiese a Denisov, portando la mano alla visiera e tornando di nuovo al gioco dell'aiutante e del generale a cui si era preparato, «oppure devo fermarmi presso Vostra Eccellenza?»   
   «Ovdini?...» disse pensieroso Denisov. «Ma tu, puoi vestave fino a domani?»   
   «Ah, vi prego... Posso restare con voi?» esclamò Petja.   
   «Ma che cosa pvecisamente ti ha ovdinato il genevale, di tovnave subito?» domandò Denisov.   
   Petja si fece rosso.   
   «No, lui non ha ordinato niente. Posso restare, penso?» disse in tono interrogativo.   
   «Ma sì, d'accovdo,» rispose Denisov.   
   E, rivolto ai suoi subordinati, diede disposizioni affinché la banda andasse al luogo fissato presso il posto di guardia e l'ufficiale con il cavallo chirghiso (questo ufficiale svolgeva mansioni di aiutante) si mettesse alla ricerca di Dolochov, per informarsi dove si trovava e appurare se sarebbe giunto per sera. Denisov poi, con l'esaul e Petja, aveva intenzione di recarsi fino al margine del bosco che fronteggiava Šamševo per dare un'occhiata all'accampamento dei francesi contro cui doveva essere diretto l'attacco l'indomani.   
   «Allora, bavba,» si rivolse al contadino che faceva da guida, «povtaci a Šamševo.»   
   Denisov, Petja e l'esaul, accompagnati da alcuni cosacchi e dall'ussaro

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