gridavano i francesi.
«Ma quello è il nostro Tichon!» esclamò l'esaul. «Ma sì è lui, proprio lui!»
«Dannato bviccone,» disse Denisov.
«Ce la farà a scappare,» disse l'esaul, aguzzando gli occhi.
L'uomo che chiamavano Tichon, arrivato di corsa al fiume, ci si tuffò con tale veemenza che gli spruzzi salirono fino in alto e, dopo essere scomparso per un momento, ne uscì fuori a quattro gambe, tutto nero d'acqua, e riprese la fuga. I francesi che lo inseguivano si fermarono.
«In gamba, davvero,» disse l'esaul.
«Bvutta bestia!» esclamò Denisov sempre con la stessa espressione stizzosa. «E che cosa ha fatto fino ad ora?»
«Ma chi è?» domandò Petja.
«È un nostro esplovatove. L'avevo mandato a pvendeve una lingua.»
«Ah, sì,» disse Petja che fin dalla prima parola di Denisov annuiva col capo come se avesse capito tutto, sebbene in realtà non avesse capito neanche una parola.
Tichon Šèerbatyi era uno degli uomini più indispensabili della banda. Era un contadino di Pokrovskoe, presso Gžat. Quando, all'inizio della sua attività, Denisov era arrivato a Pokrovskoe e, come sempre, fatto chiamare lo starosta, aveva chiesto informazioni sui francesi, lo starosta, stando sulla difensiva, gli aveva risposto come rispondevano tutti gli starosty, che loro non sapevano nulla, non avevano visto nulla. Ma quando Denisov aveva spiegato che il suo scopo era darle ai francesi e aveva domandato se da quelle parti si fossero visti dei francesi, lo starosta aveva detto che dei saccheggiatori sì ce n'erano stati, ma che nel loro villaggio solo un certo Tiška Šèerbatyi si occupava di quelle faccende. Denisov aveva