L'arrivo di Dolochov distrasse l'attenzione di Petja dal tamburino al quale, per ordine di Denisov, erano state date vodka e carne di montone, e anche un caffettano russo in modo da poterlo tenere nella banda e non doverlo mandare via con i prigionieri. Nell'esercito Petja aveva sentito molto parlare dello straordinario coraggio e della crudeltà di Dolochov verso i francesi e perciò, dal momento del suo ingresso nell'isba, non gli staccava gli occhi di dosso, con un atteggiamento sempre più baldanzoso, tenendo ben eretta la testa, per non riuscire indegno neanche di una compagnia di rango com'era quella di Dolochov.
L'aspetto esteriore di Dolochov aveva colpito Petja per la sua assoluta semplicità.
Denisov portava il cekmen, aveva la barba e sul petto un'immagine di San Nicola Taumaturgo; nel modo di parlare come in ogni cosa rivelava il carattere tutto particolare della sua posizione. Dolochov, invece, che un tempo a Mosca si faceva vedere con un costume persiano, ora dava l'impressione di un azzimato ufficiale della Guardia. Il volto era perfettamente rasato, indossava un soprabito imbottito della Guardia con la croce di San Giorgio all'occhiello e un normale berretto calzato dritto. Si tolse in un angolo la burka bagnata e senza salutare nessuno raggiunse Denisov passando subito ad interrogarlo sulla situazione. Denisov lo informò delle mire delle grosse formazioni sul «loro» convoglio, della missione di Petja, e del tenore della sua risposta ai due generali. Lo mise infine al corrente di tutto ciò che sapeva sulla posizione del distaccamento francese.
«D'accordo, ma è necessario sapere che razza di truppe sono e quante sono,» disse Dolochov, «bisognerà dare un'occhiata. Non ci si può