mattino e si impennò. Petja cadde pesantemente sulla terra umida. I cosacchi videro che le sue braccia e le sue gambe si contraevano convulsamente mentre la testa non si muoveva. Una pallottola gliel'aveva trapassata.
Dopo aver trattato con l'ufficiale francese più elevato di grado, che gli era venuto incontro da dietro la casa con un fazzoletto sulla spada a dichiarare la resa, Dolochov smontò da cavallo e si avvicinò a Petja che giaceva immobile con le braccia spalancate.
«Finito,» disse accigliandosi e varcò il portone incontro a Denisov che veniva a cavallo verso di lui.
«Ucciso?» gridò Denisov, riconoscendo da lontano la posizione priva di vita e a lui ben nota in cui giaceva Petja.
«Finito,» ripeté Dolochov come se pronunciare questa parola gli procurasse un piacere particolare e si avviò subito verso i prigionieri, che i cosacchi avevano prontamente circondato. «Niente prigionieri!» gridò a Denisov.
Denisov non rispose; si accostò a Petja, smontò da cavallo e con mani tremanti girò verso di sé il volto già livido di Petja, imbrattato di sangue e di fango.
«Sono abituato alla roba dolce. È un'ottima uva passa, prendetela tutta...» gli venne fatto di ricordare.
E i cosacchi si voltarono stupiti dalla sua parte sentendo i versi simili al mugolio di un cane emessi da Denisov che rapidamente si voltava, andava verso una siepe e vi si aggrappava.
Tra i prigionieri russi liberati da Denisov e da Dolochov c'era anche Pierre Bezuchov.