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ricerca - lo scopo della vita - ora per lui non esisteva. E non a caso per lui questo ignoto scopo della vita non esisteva e non solo momentaneamente, no, sentiva che non esisteva e non poteva esistere. E proprio questa mancanza di uno scopo gli dava quella completa, gioiosa coscienza di essere libero che in quel periodo lo rendeva felice.   
   Non poteva avere uno scopo perché ora aveva la fede, non una fede in certe regole o parole o pensieri, ma in un Dio vivo, continuamente percepibile. Prima lo aveva cercato negli scopi che si prefiggeva. Questa sua ricerca di uno scopo era solo la ricerca di Dio. E improvvisamente, nella prigionia, aveva capito, non con le parole, non con i ragionamenti, ma con un sentimento immediato ciò che una volta gli aveva detto la njanja: che Dio, eccolo, è qui, è dappertutto. In prigionia Pierre aveva appreso che Dio in Karataev era più grande, infinito e inconcepibile che nell'Architetto dell'universo riconosciuto dai massoni. Provava il sentimento dell'uomo che ha trovato davanti a sé quel che cercava aguzzando la vista per scrutare lontano. Per tutta la vita aveva guardato chissà dove, lontano, al di sopra delle teste della gente che lo circondava, mentre avrebbe dovuto non scrutare lontano, ma semplicemente guardare davanti a sé.   
   Prima non aveva saputo vedere in nessuna cosa il grande, l'incomprensibile e l'infinito. Sentiva soltanto che doveva esistere da qualche parte e lo cercava. In ogni cosa vicina e comprensibile vedeva soltanto ciò che era limitato, meschino, quotidiano, insensato. Si armava di un cannocchiale intellettuale e guardava in lontananza, dove ciò che era così meschino, quotidiano, occultandosi nelle lontananze nebbiose, gli pareva grande e infinito solo perché lo si vedeva confusamente. Tali gli erano parse la vita europea, la politica, la massoneria, la filosofia, la

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