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inasprita, arida e a suo modo orgogliosa.   
   «Sì, è molto, molto buono, quando non subisce l'influenza di persone cattive, ma sta con persone come me,» si diceva la principessina.   
   Il cambiamento avvenuto in Pierre era stato notato, a modo loro, anche dai suoi servitori, Terentij e Vas'ka. Trovavano che era molto più alla buona di prima. Sovente Terentij, svestito il padrone, con le scarpe e l'abito in mano, dopo avergli augurato la buona notte, indugiava ad andarsene, aspettando di vedere se magari il signore aveva voglia di discorrere. E il più delle volte Pierre lo tratteneva, accorgendosi della sua voglia di chiacchierare.   
   «Allora, raccontami,... come vi procuravate da mangiare?» domandava.   
   E Terentij incominciava a raccontare della devastazione di Mosca, del defunto conte e rimaneva a lungo lì in piedi, col vestito in mano, intento a raccontare e talora ad ascoltare quel che gli raccontava Pierre, e poi si ritirava in anticamera con la piacevole sensazione di un'intimità col padrone e di una sua particolare benevolenza.   
   Il medico che curava Pierre e che lo visitava tutti i giorni, sebbene, com'è abitudine dei medici, ritenesse suo dovere avere l'aria di un uomo ogni minuto del quale è prezioso per l'umanità sofferente, si fermava da Pierre per ore e ore a raccontargli le sue storie preferite e le sue osservazioni sull'indole dei malati in genere e delle signore in particolare.   
   «Davvero, con un uomo come voi è un piacere parlare, non come da noi, in provincia,» diceva.   
   A Orël c'erano alcuni ufficiali francesi prigionieri e il dottore ne portò uno da Pierre, un giovane ufficiale italiano.   
   Quest'ufficiale incominciò a frequentare Pierre e la principessina

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