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contrasto fra di loro, non riuscivano a trovare un motivo per un rimprovero; anche fra loro, comunque, c'erano dei momenti di irritazione reciproca. Succedeva che, proprio dopo i periodi più felici, avvertissero a un tratto un senso di estraneità e di ostilità; questa sensazione li prendeva più spesso durante i periodi di gravidanza della contessa Mar'ja. In quel momento, essa si trovava proprio in quello stato.   
   «Ebbene, messieurs et mesdames,» disse Nikolaj ad alta voce in tono allegro (che alla contessa Mar'ja sembrò usato a bella posta per offenderla), «è dalle sei che sono in piedi. Domani ci sarà da soffrire, ma oggi possiamo andare a riposare.»   
   E senza dire più nulla alla contessa Mar'ja, si ritirò nella piccola stanza dei divani dove si coricò.   
   «Ecco, fa sempre così,» pensò la contessa Mar'ja. «Parla con tutti tranne che con me. Lo vedo, lo vedo, che gli sono odiosa. Specialmente in questo stato.» Si guardò il ventre ormai alto e nello specchio la faccia smagrita e giallognola, quasi divorata dagli occhi.   
   E tutto le diventò insopportabile: la voce stentorea e le risate di Denisov, e la conversazione di Nataša, e in modo particolare l'occhiata frettolosa che le lanciò Sonja.   
   Sonja era sempre il primo pretesto che la contessa Mar'ja sceglieva per concentrarvi la sua irritazione.   
   Dopo essere rimasta per un po' con gli ospiti, senza capire nulla di quanto dicevano, uscì alla chetichella e andò nella stanza dei bambini.   
   I bambini seduti su una fila di sedie immaginavano di viaggiare alla volta di Mosca e la invitarono con loro. Si sedette, giocò con loro, ma il pensiero del marito e della sua irritazione senza motivo la tormentava continuamente. Si alzò e camminando a fatica in punta dei piedi, andò

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