E se ne andava nella stanza dei bambini ad allattare il suo unico maschietto, Petja. Nessuno poteva dirle cose consolanti e ragionevoli come quella piccola creatura di tre mesi quando le stava attaccata al seno e sentiva il movimento della sua bocca e lo strofinio del suo nasino. La creatura le diceva: «Ti arrabbi, sei gelosa, vorresti vendicarti di lui, sei in ansia, ma io sono lui. Ma io sono lui...» E non c'era nulla da rispondere.
Era più che la verità.
In quelle due settimane dì preoccupazione Nataša ricorse così spesso al bambino per consolarsi, si occupò tanto di lui, che finì col dargli troppo latte e il bambino si ammalò. Nataša si spaventò molto, ma nello stesso tempo aveva bisogno proprio di questo. Curandolo, riusciva in parte a dimenticare la sua inquietudine per il marito.
Lo stava allattando quando all'ingresso si udì il rumore della vettura di Pierre e la njanja, sapendo che la cosa avrebbe reso felice la signora, entrò a passi silenziosi ma rapidi con la faccia raggiante.
«È arrivato?» domandò sottovoce Nataša, timorosa di muoversi per non svegliare il bambino che si stava addormentando.
«È arrivato, matuška,» bisbigliò la njanja.
Il sangue affluì al viso di Nataša e le gambe istintivamente fecero un movimento, ma non si poteva saltar su e correre di là. Il bimbo aprì di nuovo gli occhietti, la guardò: «Resta qui,» pareva dire e fece di nuovo schioccare pigramente le labbra.
Togliendoselo pian piano dal seno, Nataša lo cullò, lo passò alla njanja e si diresse a passi rapidi verso la porta. Ma raggiuntala si fermò come assalita da un rimorso per aver abbandonato nella sua gioia troppo presto il bambino e si voltò a guardare. La njanja, con i gomiti