La voce, ormai diffusa, della disfatta austriaca e della resa di tutta l'armata davanti ad Ulm trovava dunque conferma. E già una mezz'ora dopo venivano inviati in varie direzioni alcuni aiutanti di campo recando disposizioni dalle quali appariva come ben presto anche le truppe russe, rimaste fino allora inoperose, avrebbero dovuto scontrarsi con il nemico.
Il principe Andrej era uno di quei rari ufficiali di stato maggiore che riponevano il loro massimo interesse all'andamento generale delle operazioni di guerra. Dopo aver veduto Mack e aver appreso i particolari della disfatta, egli si rese conto che metà della campagna era perduta; comprese tutta la difficoltà della situazione delle truppe russe, si immaginò al vivo ciò che attendeva l'armata e la parte che egli stesso avrebbe dovuto svolgervi. Senza volerlo provò un'emozionante sensazione di gioia al pensiero dell'onta subita dalla presuntuosa Austria e che, forse entro una settimana, gli sarebbe toccato assistere e prender parte diretta a uno scontro dei russi con i francesi, il primo dai tempi di Suvorov. Ma egli temeva il genio di Bonaparte, che poteva rivelarsi superiore al valore delle truppe russe; e al tempo stesso si rifiutava di ammettere che il suo eroe subisse l'onta della sconfitta.
Turbato e irritato da questi pensieri, il principe Andrej entrò nella sua stanza per scrivere al padre, come faceva ogni giorno. In corridoio s'imbatté nel suo compagno di camera Nesvickij e in Žerchov, il burlone. Come sempre, essi stavano ridendo di qualcosa.
«Perché sei così cupo?» domandò Nesvickij, notando il volto pallido e gli occhi lucidi del principe Andrej.
«C'è poco da stare allegri,» rispose Bolkonskij.
Mentre il principe Andrej s'incontrava con Nesvickij e Žerkov, dall'altro capo del corridoio venivano loro incontro Strauch, un generale