Denisov, arricciando la faccia in una specie di sorriso che mise in mostra i suoi robusti denti corti, cominciò ad arruffarsi con entrambe le mani dalle dita corte i folti capelli neri, irti come un bosco.
«M'ha spinto il diavolo ad andave da quel topo» (era il soprannome d'un ufficiale), disse, stropicciandosi con tutt'e due le mani la fronte e la faccia. «Figuvati, nemmeno una cavta, nemmeno una, non una me ne ha data.»
Denisov prese la pipa accesa che gli veniva offerta, la strinse in pugno e la batté sul pavimento spargendone la brace, e intanto continuava a gridare:
«Mi dà un simple, e fa pavoli; mi dà un simple e fa pavoli.»
Sparpagliò il fuoco, spaccò la pipa e la gettò via. Poi rimase in silenzio; poi, d'improvviso, con i suoi scintillanti occhi neri, lanciò verso Rostov uno sguardo allegro.
«Ci fossevo donne, almeno. Pevché qui, fuovché beve, non c'è niente da fave. Almeno ci battessimo pvesto...»
«Ehi, chi c'è là?» esclamò poi guardando verso la porta. Si udivano i passi di due grossi stivali che si arrestavano con un tintinnio di speroni, e un tossicchiare rispettoso.
«È il maresciallo d'alloggiamento!» disse Lavruška.
Denisov si accigliò ancora di più.
«Uno schifo,» disse, buttando il borsellino con qualche moneta d'oro. «Vostov, cavo amico, conta tu quanto c'è vimasto e poi ficca il bovsellino sotto il guanciale,» disse e uscì incontro al maresciallo d'alloggiamento.
Rostov prese i denari e, macchinalmente, disponendo e allineando in due mucchietti le monete d'oro vecchie e nuove, si mise a contarle.