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soldati, le divise infagottate, i chepì foderati, gli zaini, le baionette, i lunghi fucili e, sotto i chepì, le facce dai larghi zigomi, le guance infossate, le espressioni stanche e indifferenti; vedeva i piedi in movimento nel fango vischioso trasportato sulle assi del ponte dalle scarpe e dalle ruote. Talvolta, in mezzo alle onde monotone dei soldati, simile a uno spruzzo di spuma bianca fra le onde dell'Ens si faceva avanti un ufficiale col suo mantello e la sua fisionomia così diversa da quella dei soldati; talvolta, come una scheggia di legno roteante nel fiume, le onde della fanteria trascinavano per il ponte un ussaro a piedi, un attendente o un abitante di quei luoghi; talaltra, come una trave galleggiante sul fiume, navigava per il ponte, circondata da tutte le parti, la carretta d'una compagnia o di un ufficiale carica fino in cima e coperta da, stuoie di pelle.   
   «Sembra che si sia rotta una diga,» esclamò il cosacco fermandosi disperato. «Ce n'è ancora molti laggiù?»   
   «Un milione meno uno!» disse ammiccando un ilare soldato che gli passava accanto con un cappotto lacero, e scomparve; dietro di lui passò un altro soldato, anziano.   
   «Se adesso loro» (loro erano i nemici) «si mettono ad abbrustolire il ponte,» disse cupamente il vecchio soldato rivolto al compagno, «ti passerà la voglia di grattarti.»   
   Poi anche quel soldato passò. Dopo di lui veniva un altro soldato su un carro.   
   «Dove diamine sono finite le pezze da piedi?» diceva un attendente che seguiva a piedi il carro e intanto rovistava nel treno posteriore. E passò anche quello, con il carro. Dietro di lui seguivano dei soldati molto allegri, evidentemente brilli.   

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