«No,» proseguì, animandosi sempre più, «Napoleone è grande, perché si è posto più in alto della rivoluzione, e di essa ha schiacciato gli abusi conservando il buono: l'eguaglianza dei cittadini, la libertà di parola e di stampa. Soltanto per questo ha conquistato il potere.»
«Certo. Se, una volta raggiunto il potere, invece di approfittarne per commettere omicidi, l'avesse trasmesso al legittimo re,» disse il visconte, «allora sì l'avrei detto un grand'uomo.»
«Non avrebbe potuto far questo. Il popolo gli aveva dato il potere solo perché lo liberasse dai Borboni e perché in lui riconosceva un grand'uomo. La rivoluzione è stato un evento di immensa portata,» proseguì monsieur Pierre, manifestando con questo inciso disperato e carico di sfida tutta la sua giovinezza, e la smania di metter fuori tutto.
«La rivoluzione e il regicidio un evento di immensa portata? Questo poi... Ma non volete proprio passare all'altro tavolo?» ripeté Anna Pavlovna.
«Contrat social,» disse il visconte con un mite sorriso.
«Io non parlo del regicidio. Parlo delle idee.»
«Sì, le idee di rapina, di omicidio e di regicidio,» interruppe ancora la voce ironica.
«Ci sono stati eccessi, è vero, ma questi non hanno portata decisiva. Quello che conta sono i diritti dell'uomo, l'emancipazione dai pregiudizi, l'uguaglianza dei cittadini; e queste idee Napoleone le ha mantenute in tutta la loro forza.»
«Libertà ed uguaglianza!» esclamò il visconte con disprezzo, come se alla fine si fosse deciso a dimostrare a quel giovanotto la sciocca insensatezza dei suoi discorsi, «tutte parole altisonanti, che da un pezzo ormai sono compromesse. Chi non ama la libertà e l'uguaglianza? Già il