corse avanti inciampando nell'affusto, senza accorgersi del generale e riparandosi gli occhi con la piccola mano:
«Aggiungi ancora due linee, così andrà bene,» prese a gridare con una vocetta sottile alla quale si sforzava di conferire un tono baldanzoso che però non si addiceva alla sua figura. «Il secondo,» squittì. «Spacca, Medvedev!»
Bagration chiamò l'ufficiale e Tušin, con un movimento timido e impacciato - non certo come salutano i militari, ma piuttosto come benedicono i sacerdoti - portò tre dita alla visiera avvicinandosi al generale. Sebbene i pezzi di Tušin fossero destinati a battere l'avvallamento, egli tirava con proiettili incendiari sul villaggio di Schöngraben che appariva lì dirimpetto, e di fronte al quale si muovevano grandi masse di soldati francesi.
Nessuno aveva ordinato a Tušin dove e con che cosa tirare; ed egli, consigliatosi con il suo sergente Zacharèenko, per il quale provava grande stima, aveva deciso che fosse opportuno incendiare il villaggio.
«Bene!» disse Bagration rispondendo al rapporto dell'ufficiale e si mise a contemplare tutto il campo di battaglia che gli si apriva davanti, continuando ad apparire assorto nei suoi pensieri.
I francesi si erano avvicinati soprattutto dal lato destro. Un po' più in basso dell'altura sulla quale si trovava il reggimento di Kiev, nell'avvallamento del fiumicello si sentiva un crepitio scrosciante di fucilate che stringeva il cuore; molto più a destra, dietro i dragoni, l'ufficiale del seguito indicò al principe una colonna di francesi che stava aggirando il nostro fianco. A sinistra l'orizzonte era delimitato da un bosco vicino. Il principe Bagration ordinò a due battaglioni del centro di andare di rinforzo sulla destra. L'ufficiale del seguito osò rivolgersi