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negligenza o di incapacità, lo colpì a tal punto che subito, dimenticandosi del riottoso colonnello di cavalleria e della propria dignità di generale, e dimenticando soprattutto il pericolo e l'istinto di conservazione, si aggrappò all'arcione della sella, spronò il cavallo e galoppò verso il reggimento sotto una grandine di pallottole che gli cadevano intorno, e per fortuna non lo colpirono. Desiderava una cosa sola: rendersi conto di cosa stesse accadendo, portare aiuto e rimediare ad ogni costo lo sbaglio, se pur da parte sua c'era stato sbaglio, e non essere colpevole, lui che aveva prestato servizio per ventidue anni, lui che era sempre stato un ufficiale irreprensibile ed esemplare.   
   Dopo esser passato al galoppo e senza danno attraverso i francesi, s'inoltrò verso il campo dietro il bosco attraverso il quale i nostri fuggivano e, ignorando i comandi, discendevano verso la valle. Era sopravvenuta quella fase di esitazione morale che decide le sorti delle battaglie: quelle folle scompigliate di soldati avrebbero ascoltato la voce del loro comandante o, volgendosi a guardarlo, avrebbero continuato a fuggire? Nonostante il grido disperato del comandante del reggimento, che prima suonava così temibile alle orecchie dei soldati, nonostante la faccia furibonda, paonazza e stravolta del comandante e la vista della sua sciabola sguainata, i soldati continuavano a fuggire, a vociare fra loro, a sparare in aria, e non ubbidivano ai comandi. L'esitazione morale che decide le sorti delle battaglie qui si risolveva a favore della paura.   
   Con la gola irritata dal gridare e dal fumo della polvere, il generale cominciò a tossire e si fermò, disperato. Tutto sembrava perduto; ma in quel momento i francesi che incalzavano i nostri, d'improvviso, senza apparente motivo presero a retrocedere, scomparvero dalla radura del bosco, e nel bosco apparvero i fucilieri russi. Era la compagnia di

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