pensare e di parlare di una cosa simile in un momento come questo? Nel momento di un simile trasporto d'amore, d'estasi, d'abnegazione, che senso possono avere le nostre liti, le nostre offese? Io voglio bene a tutti, ora, perdono a tutti,» pensò Rostov.
Quando il sovrano ebbe percorso tutti i reggimenti, le truppe cominciarono a sfilargli davanti a passo di parata, e Rostov, in sella al suo Beduin che egli aveva comperato di recente da Denisov, passò come serrafila del suo squadrone, ossia da solo e pienamente visibile all'imperatore.
Prima di arrivare all'altezza dello zar, Rostov, ottimo cavaliere, piantò due volte gli sproni nei fianchi di Beduin per metterlo a quel trotto eccitato che Beduin assumeva quando era infuriato. Il cavallo, piegato il muso schiumante contro il petto, sollevò la coda, e come volando nell'aria e non toccando terra, proiettò ben alte le zampe e sfilò orgogliosamente, quasi sentisse anch'esso su di sé lo sguardo dell'imperatore.
«Bravi ussari del Pavlograd!» esclamò l'imperatore.
«Dio mio! Come sarei felice se adesso lui mi ordinasse di buttarmi nel fuoco!» pensò Rostov.
Quando la rivista fu terminata, gli ufficiali arrivati da poco e quelli di Kutuzov presero a riunirsi a gruppi e si cominciò a parlare delle ricompense, degli austriaci e delle loro divise, del fronte di guerra, di Bonaparte e di come adesso gli sarebbe andata male, specie quando fosse sopraggiunto anche il corpo d'armata di esseri e la Prussia avesse preso le nostre parti.
Ma in tutti i gruppi, più di ogni altra cosa si parlava dell'imperatore Alessandro; si riferivano ogni sua parola, ogni suo gesto, si era