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visiera, incapace di trattenere un sorriso di allegria suscitato in lui dalla galoppata e soprattutto dalle pallottole.   
   «Bene, bene,» disse Bagration, «vi ringrazio, signor ufficiale.»   
   «Eccellenza,» disse Rostov, «permettete che faccia una domanda.»   
   «Di che si tratta?»   
   «Domani il nostro squadrone è destinato di riserva; se vostra eccellenza lo consente vorrei pregare di essere assegnato al primo squadrone.»   
   «Come vi chiamate?»   
   «Conte Rostov.»   
   «Ah, bene. Rimani con me come ufficiale d'ordinanza.»   
   «Figlio di Il'ja Andrejè?» domandò Dolgorukov.   
   Ma Rostov non gli rispose.   
   «Allora posso sperare, eccellenza.»   
   «Darò l'ordine.»   
   «Domani è molto probabile che mi inviino con qualche rapporto dall'imperatore,» pensò Rostov. «Grazie a Dio!»   
   
   Le grida e i fuochi nell'esercito nemico erano dovuti al fatto che, mentre fra le truppe veniva letto il proclama di Napoleone, l'imperatore in persona faceva il giro dei bivacchi a cavallo. I soldati, vedendo l'imperatore, accendevano fasci di paglia e lo seguivano di corsa gridando:   
   «Vive l'empereur!» Il proclama di Napoleone era il seguente:   
   «Soldati! L'esercito russo marcia contro di noi per vendicare l'armata austriaca di Ulm. Sono gli stessi battaglioni che voi avete sbaragliato a Hollabrünn e che avete inseguito sin qui, senza dar loro tregua. Le

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