costui l'invito a pranzo. Talvolta, di ritorno dall'anticamera, passando per il giardino d'inverno e un locale adibito a servizio di tavola, dava una capatina nella grande sala marmorea dove si stava apparecchiando la tavola con ottanta coperti, e guardando i camerieri portare argenteria e stoviglie, spostare tavoli e spiegare tovaglie damascate, chiamava a sé Dmitrij Vasil'eviè, un gentiluomo che si occupava di tutti i suoi affari, e diceva:
«Mi raccomando, Miten'ka, bada che tutto riesca bene. Così, così.» E contemplava soddisfatto l'enorme tavola allungata. «L'essenziale è che tutto si presenti bene. Già, già...» E se ne tornava in salotto con un sospiro di soddisfazione.
«Mar'ja L'vovna Karagina con sua figlia!» annunciò con voce di basso, affacciandosi alla porta del salotto l'enorme servitore del conte che era di servizio in anticamera. La contessa rifletté un momento e aspirò una presa di tabacco da una tabacchiera d'oro col ritratto in miniatura del marito.
«Queste visite mi hanno estenuata,» disse. «Via, riceverò ancora lei, ma sarà l'ultima. Si dà tali arie! Fa' entrare,» disse poi al servitore con una voce triste e rassegnata che pareva dire: «Su, datemi il colpo di grazia.»
In un fruscio di vesti entrò in salotto una signora alta, piena, dall'aria altera, con una ragazzina dal viso tondo e sorridente.
«Chère comtesse, il y a si longtemps... elle a été alitée la pauvre enfant... au bal des Razoumovsky... et la comtesse Apraksine... j'ai été si heureuse...» Le animate voci femminili echeggiavano sovrapponendosi l'una all'altra e si fondevano col rumore degli abiti e delle seggiole spostate. Tosto prese avvio quella conversazione che s'intreccia quanto