i capelli in disordine, sedeva al clavicembalo con una gamba piegata indietro e strimpellava con le sue dita corte; provava degli accordi, e spalancando gli occhi cantava con la sua piccola voce rauca ma intonata una poesia, La Maga, che lui stesso aveva composto e per la quale adesso era in cerca d'un motivo.
Dimmi, maliavda, quale fovza
ascosa mi attvae alle covde abbandonate;
qual fuoco m'hai gettato dentvo il cuove,
qual esultanza infusa nelle dita?
cantava con voce appassionata, facendo brillare i suoi neri occhi d'agata su una Nataša felice e sbigottita.
«Bellissimo! Stupendo!» gridava Nataša. «Ancora una strofa!» disse senza accorgersi di Nikolaj.
«Per loro tutto č come sempre,» pensava Nikolaj, gettando un'occhiata in salotto dove scorse Vera e la madre in compagnia della vecchia dama.
«Ah! Ecco Nikolen'ka.» E Nataša corse verso di lui.
«Il papŕ č in casa?» domandň Nikolaj.
«Come sono contenta che tu sia arrivato!» esclamň Nataša senza rispondergli. «Ci stiamo divertendo tanto! Sai che Vasilij Dmitrič č rimasto ancora un giorno per me?»
«No, il papŕ non č ancora arrivato,» disse Sonja.
«Cocň, sei tornato? Vieni qui da me, caro,» disse la voce della contessa dal salotto.
Nikolaj si avvicinň alla madre, le baciň la mano e, sedendosi in silenzio al suo tavolo, prese a fissare le sue mani che distribuivano le