notava più quel comico sforzo puerile di essere diligente; tuttavia non cantava ancora bene, a quanto dicevano tutti gli intenditori che l'avevano ascoltata. «Non è una voce educata, ma è bellissima: bisogna coltivarla,» dicevano tutti. Ma di solito lo dicevano dopo qualche tempo che lei aveva smesso di cantare. Quando questa voce non educata risuonava ancora, con le sue aspirazioni difettose e i suoi passaggi forzati, perfino gli intenditori tacevano e si limitavano a godere quella voce non educata col solo desiderio di continuare ad ascoltarla. Nella sua voce c'era una freschezza intatta e verginale, una inconsapevolezza delle proprie forze, una morbidezza vellutata e ancora incolta, così fusi con le manchevolezze della sua tecnica canora, che pareva non si potesse mutare alcunché in quella voce senza sciuparla.
«E questo che cos'è?» pensò Nikolaj, ascoltando la voce di Nataša e sgranando gli occhi. «Che cosa le è accaduto? Come canta oggi?» pensava. E, a un tratto, tutto l'universo si concentrò per lui nell'attesa della nota, della frase successiva, e tutto al mondo gli apparve diviso in tre tempi: Oh, mio crudele affetto... Uno, due, tre... uno, due... tre... Oh, mio crudele affetto... Uno, due, tre... uno. «Ah, com'è sciocca la nostra vita!» pensava Nikolaj. «Tutto: l'infelicità, i denari, Dolochov, l'ira, l'onore: sono tutte sciocchezze... ecco, invece, ciò che è vero... Brava Nataša, coraggio, cara, colombella mia!... E adesso come prenderà questo si? Ce l'ha fatta, grazie a Dio!» e, senza rendersi conto che anch'egli si metteva a cantare per rinforzare quel si, prese l'accordo in terza di quella nota alta. «Dio mio! Com'è bello! Possibile che sia riuscito anch'io a prenderla! Che gioia!» pensava.
Ah, come aveva vibrato quella terza, e come s'era mosso ciò che vi era di migliore nell'anima di Rostov. E questo qualcosa era indipendente da