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volesse toglierselo e poi la lasciò ricadere. I cinque minuti che aveva trascorso con gli occhi bendati gli parvero un'ora. Aveva le mani intorpidite, le gambe non lo reggevano; gli sembrava di essere stanco. Provava le sensazioni più disparate e più strane. Quanto gli stava accadendo lo colmava di paura, e ancor più lo spaventava il fatto di palesare quella paura. Era curioso di sapere che cosa gli sarebbe successo, che cosa gli sarebbe stato rivelato; ma più d'ogni cosa era felice che fosse giunto il momento in cui, finalmente, avrebbe imboccato quella via di rinnovamento e di vita attivamente virtuosa che sognava dal momento del suo incontro con Osip Alekseeviè. Alla porta furono battuti colpi vigorosi. Pierre si tolse la benda e si guardò attorno. Nella stanza c'era buio pesto: soltanto in un punto una lampada ardeva dentro qualcosa di bianco. Pierre si avvicinò e vide che la lampada era posata su una tavola nera sulla quale c'era un libro aperto. Il libro era un Vangelo, e il bianco oggetto entro il quale ardeva il lume era un teschio umano con le sue cavità e i suoi denti. Dopo aver letto le prime parole del Vangelo: «In principio era il Verbo e il Verbo era Dio,» Pierre girò intorno alla tavola e vide una grande cassa aperta colma di qualcosa. Era una bara piena di ossa. Ciò che vedeva non lo meravigliava per nulla. Sperando di entrare in una vita completamente nuova, completamente diversa da quella di prima, si attendeva qualunque cosa insolita, anche più insolita di ciò che vedeva. Il teschio, la bara, il Vangelo: gli sembrava di essersi aspettato tutto questo, di essersi aspettato anche di più. Si guardava attorno, sforzandosi di suscitare in sé un sentimento di commozione. «Dio, la morte, l'amore, la fratellanza degli uomini,» si diceva collegando a queste parole le immagini confuse ma gioiose di chissà che. La porta si aperse ed entrò qualcuno.   

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