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dispiaceva per mio padre, vale a dire per me stesso.»   
   Il principe Andrej si animava sempre più. I suoi occhi brillavano di una luce febbrile, mentre si sforzava di dimostrare a Pierre che mai nel suo agire c'era il desiderio di far del bene al prossimo.   
   «Ecco, tu vuoi emancipare i contadini,» continuò. «È una cosa lodevole, ma non per te - penso infatti che tu non abbia frustato né fatto mandare in Siberia nessuno - e ancor meno per i contadini. Se costoro vengono picchiati, frustati, deportati in Siberia, non per questo penso che le cose per loro vadano peggio. In Siberia il contadino continua a fare la sua vita animalesca, le piaghe sul corpo si cicatrizzano e lui non sarà meno felice o più felice di prima. Al contrario questo serve a coloro che si macerano moralmente, che accumulano rimorsi e cercano di soffocarli, e si abbrutiscono al pensiero che hanno il potere di condannare giustamente o ingiustamente. Ecco di chi ho compassione, ed ecco per chi vorrei emancipare i contadini. Tu forse non hai mai visto, ma io ho visto come delle brave persone, educate secondo le tradizioni di potere assoluto, con gli anni, quando diventano più irascibili, diventano anche crudeli, brutali; lo sanno ma non riescono a controllarsi, e si sentono sempre più infelici.»   
   Il principe Andrej parlava con tanto trasporto, che a Pierre involontariamente venne fatto di pensare che quelle idee fossero state ispirate ad Andrej da suo padre. Non gli rispose.   
   «Ecco di chi ho pena, io: della dignità umana, della tranquillità di coscienza, della purezza morale; non delle loro schiene e delle fronti, che, per quanto le fustighi, per quanto le rasi, resteranno sempre le stesse schiene e le stesse fronti.»   
   «No, no, mille volte no! Non sarò mai d'accordo con voi,» ribatté

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