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sulla chiatta e parlavano.   
   «Se un Dio esiste, e se esiste una vita futura, allora anche la verità esiste, ed anche la virtù; e la felicità suprema dell'uomo consiste nell'aspirare a raggiungerle. Bisogna vivere, bisogna amare, bisogna credere,» diceva Pierre, «bisogna credere che non viviamo soltanto oggi su questa zolla di terra, ma siamo già vissuti e vivremo eternamente là, nel tutto (e indicò il cielo).»   
   Il principe Andrej stava in piedi, con i gomiti appoggiati al parapetto della chiatta e, ascoltando Pierre, fissava senza mai distogliere gli occhi il riflesso rosso del sole sulla distesa azzurrastra dell'acqua straripata. Pierre taceva. Il silenzio era assoluto. La chiatta aveva attraccato da un pezzo e soltanto le onde della corrente battevano contro il fondo dello scafo con un debole rumore.   
   Il principe Andrej aveva l'impressione che quello sciabordio delle onde di rimando alle parole di Pierre, gli dicesse: «È vero, è vero, credici!»   
   Egli sospirò e con un'occhiata radiosa, tenera, infantile, guardò il viso acceso ed esultante di Pierre, e tuttavia sempre timido di fronte alla personalità di quell'amico che considerava superiore a sé.   
   «Se fosse così!» disse. «Ma andiamo in carrozza, adesso,» soggiunse. Scese dal traghetto, guardò il cielo che Pierre gli indicava, e per la prima volta dopo Austerlitz vide quel cielo alto, eterno, che aveva visto giacendo sul campo di battaglia, e qualcosa che da tempo era sopito, qualcosa del meglio che era in lui a un tratto si destò gioiosamente e giovanilmente nella sua anima. Questa sensazione scomparve non appena egli rientrò nelle sue abituali condizioni di vita, ma egli sapeva che quel sentimento che egli non aveva saputo sviluppare, viveva tuttavia in lui. L'incontro con Pierre segnò per il principe Andrej, una data dalla quale

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