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   In quello stesso periodo sua suocera, la moglie del principe Vasilij, lo mandò a chiamare. Lo supplicava di farle visita, anche soltanto per pochi minuti, per trattare di un affare molto importante. Pierre comprese che si ordiva una congiura ai suoi danni, che si voleva ricongiungerlo alla moglie; ma ciò in fondo non gli dispiacque nello stato d'animo in cui si trovava. Per lui tutto era eguale: non c'era nulla, ora, cui egli attribuisse particolare importanza e, sotto l'influsso dell'angosciosa malinconia che lo dominava, non gli parevano preziose né la sua libertà né la sua perseveranza nel voler punire la moglie.   
   «Nessuno ha ragione, nessuno ha colpa: dunque nemmeno lei è colpevole,» pensava. Se non accettò subito di riunirsi a Hélène, fu soltanto perché, in preda come era all'angoscia, non aveva la forza di prendere nessuna iniziativa. Se sua moglie fosse venuta da lui, non la avrebbe cacciata. Che egli vivesse o no con sua moglie non era forse indifferente, in confronto di ciò che adesso lo preoccupava?   
   Senza risponder nulla a sua moglie e a sua suocera, una sera, ad ora assai inoltrata, Pierre si preparò a partire e si recò a Mosca, per incontrarsi con Iosif Alekseeviè. Ecco che cosa scrisse Pierre nel suo diario:   
   
   Mosca, 17 novembre   
   Torno in questo momento dalla visita al mio benefattore e mi affretto a scrivere tutto ciò che ho provato. Iosif Alekseeviè vive poveramente e già da più di due anni soffre di un penosissimo male alla vescica. Nessuno ha mai udito da lui un gemito o una parola di insofferenza. Lavora a opere scientifiche dal mattino a tarda notte, eccetto nelle ore in cui si nutre dei cibi più semplici. Mi ha accolto con benevolenza e mi ha fatto sedere

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