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rapida occhiata.   
   L'uniforme, gli speroni, la cravatta, la pettinatura di Boris: tutto era all'ultima moda e comme il faut. Nataša se ne accorse subito. Egli sedeva un po' di sbieco sulla poltrona vicino alla contessa; aggiustandosi con la mano destra il guanto candido e attillato che aveva nella sinistra, con un particolare e raffinato serrare delle labbra raccontava dei divertimenti del gran mondo di Pietroburgo, e con dolce ironia ricordava i tempi lontani di Mosca e i conoscenti moscoviti. Non per caso, come Nataša avvertì, nel parlare dell'alta aristocrazia egli menzionò il ballo di un ambasciatore dove era stato, e gli invitati di NN. e di SS.   
   Nataša rimase per tutto il tempo seduta in silenzio, guardandolo di sottecchi. E quello sguardo inquietava e turbava Boris in misura crescente. Si voltava a guardarla sempre più spesso, e s'interrompeva nel raccontare. Non restò più di dieci minuti, poi, levatosi in piedi, si congedò. Lo fissavano sempre gli stessi occhi curiosi, provocanti e un po' beffardi. Dopo la sua prima visita Boris si disse che per lui Nataša non era meno attraente di un tempo, ma che non doveva abbandonarsi a quel sentimento, giacché un matrimonio con lei, una fanciulla quasi senza dote, sarebbe stata la fine della sua carriera, mentre riprendere le relazioni d'un tempo senza avere come scopo il matrimonio sarebbe stata una azione ignobile. Egli decise di evitare ogni incontro con Nataša, ma nonostante questa decisione pochi giorni dopo tornò dai Rostov; anzi, prese ad andare sempre più spesso in casa loro e a trascorrervi giornate intere. Pensava di dovere assolutamente arrivare a una spiegazione con Nataša, di doverle dire che il passato andava dimenticato, che, nonostante tutto... lei non poteva essere sua moglie, che lui non aveva un patrimonio e che pertanto mai gli avrebbero concesso di sposarla. Ma non gli riusciva mai di

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