perché avrebbe saputo dimostrare a quel Bolkonskij che non era poi un grande onore imparentarsi con lui, e che, se amava realmente Nataša, poteva benissimo fare a meno del consenso di quello stravagante di suo padre. Per un istante esitò, chiedendosi se non fosse stato il caso di chiedere una licenza per vedere Nataša nel corso di quel fidanzamento; ma si avvicinavano le manovre, si intromisero le considerazioni su Sonja, su tutto il trambusto a cui sarebbe andato incontro, e Nikolaj rimandò di nuovo. Nondimeno, nella primavera dello stesso anno ricevette una lettera dalla madre che gli scriveva di nascosto dal conte, e questa lettera lo convinse a partire. La contessa scriveva che, se Nikolaj non fosse venuto e non avesse preso in mano le redini degli affari, tutta la proprietà sarebbe andata all'incanto e l'intera famiglia si sarebbe trovata sul lastrico. Il conte era così debole di carattere, si fidava a tal punto di Miten'ka, ed era talmente buono che tutti lo imbrogliavano e le cose andavano di male in peggio. «Per amor di Dio, ti supplico, vieni subito se non vuoi rendere infelice me e tutta la tua famiglia,» scriveva la contessa.
Questa lettera turbò profondamente Nikolaj. Egli aveva quel buon senso della mediocrità che valeva a fargli comprendere ciò che dovesse fare.
Adesso doveva tornare a casa: se non in congedo, almeno in licenza. Perché dovesse tornare, non lo sapeva; ma, dopo essersi fatta una buona dormita dopo pranzo, ordinò di sellare Mars, un puledro grigio che da un pezzo non veniva cavalcato ed era molto bizzoso, e, tornato al suo alloggiamento in groppa a quel cavallo tutto coperto di schiuma, annunciò a Lavruška (il domestico di Denisov era passato al suo servizio) e ai compagni riunitisi da lui quella sera che chiedeva una licenza per tornare a casa. Per quanto difficile e strano fosse per lui pensare che partiva