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All'ultima stazione di posta prima di Otradnoe diede al postiglione tre rubli di mancia, e alla fine, come un ragazzo, trafelato, salì di corsa gli scalini di casa.   
   Dopo l'esultanza dell'incontro e dopo quella consueta e strana sensazione di insoddisfazione rispetto a quello che ci si attendeva («È sempre tutto uguale, perché mi sono affrettato tanto?») Nikolaj cominciò a riabituarsi al vecchio mondo di casa. Il padre e la madre erano come sempre, solo leggermente invecchiati. Di nuovo, si notava in loro una certa inquietudine, e talvolta anche un disaccordo che una volta non c'era e che - come ben presto Nikolaj ebbe modo di constatare - derivava dalla pessima situazione economica nella quale versavano. Sonja aveva ormai vent'anni. Aveva smesso, ormai, di farsi sempre più bella: non prometteva nulla più di quanto in lei c'era già, ma anche questo non era poco. Da quando era arrivato Nikolaj spirava solo felicità e amore, e questo amore fedele, incrollabile, lo colmava di gioia. Petja e Nataša furono quelli che stupirono Nikolaj più di ogni altro. Petja era grande ormai: era un ragazzo di tredici anni, bello, allegro, intelligente e un poco birichino; e già stava cambiando il timbro di voce. Di fronte a Nataša egli rimase a lungo meravigliato e, guardandola, rideva.   
   «Non sei più la stessa, sei proprio cambiata,» le disse.   
   «Perché? Sono diventata più brutta, forse?»   
   «Al contrario, ma hai una cert'aria dignitosa! Da principessa!» le disse a bassa voce.   
   «Già, già,» esclamò gioiosamente Nataša.   
   Nataša gli raccontò per esteso il suo romanzo col principe Andrej, fin da quando era venuta a Otradnoe, e gli mostrò l'ultima sua lettera che aveva ricevuto.   

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