prese a cantare la sua canzone di caccia preferita:
Fin dalla sera la bella neve
cadeva fitta e lieve...
Lo zio cantava come canta la gente del popolo, con la piena e ingenua convinzione che tutto il significato di una canzone fosse riposto solo nelle parole, che il motivo venisse da sé e che non esistesse un motivo a sé stante, ma che il motivo servisse solo all'armonia. Ma proprio per questo quel motivo inconscio, come lo è nel canto di un uccello, era, nel canto dello zio, di straordinaria bellezza. Nataša era entusiasta del suo modo di cantare. Aveva deciso che non avrebbe più studiato l'arpa, per dedicarsi soltanto alla chitarra. Se la fece prestare dallo zio e provò subito degli accordi per una canzone.
Alle dieci arrivarono, per prelevare Nataša e Petja, una carrozza, un calesse e tre uomini a cavallo, mandati alla loro ricerca. Il conte e la contessa, disse uno di costoro, non sapevano dove fossero finiti ed erano molto in ansia.
Petja fu portato a braccia e scaricato come un corpo morto sulla carrozza; Nataša e Nikolaj sedettero nel calesse. Lo zio coprì con cura Nataša e la salutò con una nuova vibrazione di affetto. Poi li accompagnò a piedi fino a un ponticello che occorreva aggirare per passare a guado, e ordinò ai cacciatori di precederli con le lanterne.
«Addio, cara nipotina!» gridò dall'oscurità la sua voce: non la voce che Nataša aveva conosciuto, ma una voce diversa, quella che aveva cantato: Fin dalla sera la bella neve...
Nel villaggio che attraversarono brillavano dei lumi rossi e c'era un