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cantarono in duetto e tutti nel teatro presero ad applaudire e a gridare mentre l'uomo e la donna sulla scena, che raffiguravano due innamorati, s'inchinavano sorridendo e allargando le braccia.   
   Dopo la permanenza in campagna e in quella seria disposizione d'animo in cui ora si trovava, a Nataša tutto questo appariva strano e sorprendente. Non riusciva a seguire lo svolgimento dell'opera, non riusciva nemmeno ad ascoltare la musica: vedeva soltanto dei cartoni dipinti, e uomini e donne stranamente abbigliati, che si muovevano, parlavano e cantavano immersi in una luce intensa. Sapeva che cosa significasse tutto ciò, ma tutto era così manierato, falso, innaturale, che a volte Nataša provava un senso di vergogna, a volte le veniva addirittura da ridere. Si guardava attorno, guardava le facce degli spettatori, cercandovi lo stesso sentimento di ironia e di perplessità che c'era in lei, ma tutti i visi erano assorti, intenti a ciò che accadeva sulla scena ed esprimevano un'ammirazione che a lei sembrava simulata. «Si vede che dev'essere così!» pensò. Guardava ora le file di teste impomatate nel parterre, ora le dame scollate nei palchi, e soprattutto la sua vicina Hélène che, quasi discinta, teneva gli occhi sulla scena con un sorriso dolce e pacato, senza mai distogliere lo sguardo; come fosse stata una coltre palpabile, Nataša si sentiva avvolta dalla luce intensa che inondava tutta la sala, dall'aria tepida, riscaldata dalla folla. Lentamente cominciò a sentirsi in preda a uno stato di euforia che da tempo non aveva provato. Non ricordava chi fosse e dove fosse e che cosa accadesse davanti a lei. Guardava e pensava, e nella sua mente balenavano all'improvviso i pensieri più strani, pensieri slegati privi di nesso alcuno. Ora le veniva l'idea di salire sulla ribalta e di intonare la stessa aria che cantava l'attrice, ora le veniva voglia di colpire col

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