l'assillavano, sul fidanzato, sulla principessina Mar'ja, sulla vita in campagna, ora non la toccavano più: era come se tutto ciò avesse appartenuto a un lontano passato.
Nel quarto atto c'era un diavolo che cantava e agitava una mano, finché le tavole non si aprirono sotto di lui ed egli precipitò in basso. Del quarto atto Nataša comprese soltanto questo: qualcosa l'agitava e la tormentava e la causa di quest'agitazione era Kuragin, che ella, senza volerlo, continuava a seguire con lo sguardo. Quando uscirono dal teatro, Anatol' si avvicinò a loro, chiamò la loro carrozza e li aiutò a salire. Quando fece salire Nataša, le strinse il braccio sopra il gomito. Nataša, emozionata e accesa in volto, si volse indietro a guardarlo. Egli la guardava con gli occhi splendenti e con un tenero sorriso.
Soltanto quando fu tornata a casa Nataša riuscì a ripensare con lucidità a tutto ciò che le era accaduto. A un tratto le venne alla mente il principe Andrej; allora si spaventò e davanti a tutti, mentre sedevano alla tavola per prendere una tazza di tè dopo il teatro, si lasciò sfuggire un'esclamazione ad alta voce. Si fece tutta rossa e di corsa scappò fuori dalla stanza.
«Dio mio! Sono perduta!» si disse. «Come ho potuto permettere di arrivare a questo punto?» pensava. Rimase a lungo seduta, nascondendosi fra le mani la faccia coperta di rossore e cercando di rendersi conto di ciò che le era successo; ma senza riuscire a capire quello che le accadeva e nemmeno quello che sentiva. Tutto le sembrava oscuro, confuso e terribile. Laggiù, in quell'immensa sala illuminata, dove Duport a suon di musica faceva salti sulle tavole bagnate con le gambe nude e col giubbetto ricamato di lustrini, e quelle fanciulle, e quei vecchi, ed Hélène così scollata col suo tranquillo e orgoglioso sorriso gridavano