mentre il suo reggimento era di stanza in Polonia, un possidente polacco tutt'altro che danaroso lo aveva costretto a sposare sua figlia.
Anatol' tuttavia non aveva tardato a piantare in asso la moglie, e in cambio dei soldi che si era impegnato a mandare al suocero, si era riservato il privilegio di passare per scapolo.
Anatol' era molto soddisfatto della sua situazione, di se stesso e degli altri. Istintivamente, era convinto con tutto il suo essere di non poter vivere altrimenti da come viveva e di non aver mai fatto nulla di male in vita sua. Non riusciva a concepire che le sue azioni potessero ripercuotersi sugli altri, e nemmeno che dalle sue azioni potesse derivare alcunché. Era persuaso che, come un'anitra è fatta per vivere nell'acqua, così lui era creato da Dio per vivere con trentamila rubli all'anno e primeggiare in società. Credeva così fermamente in tutto ciò, che anche gli altri finivano per convincersene e non gli rifiutavano né la posizione di primo piano in società, né i denari che egli si faceva prestare dall'uno e dall'altro senza mai restituirli.
Anatol' non era un giocatore o almeno non si preoccupava mai di vincere. Non era vanitoso. Non gli importava affatto di ciò che pensavano di lui, e ancor meno poteva essere accusato di ambizione. Più volte aveva deluso e irritato suo padre, perché rovinava la carriera e se la rideva di tutti gli onori. Non era avaro e non diceva mai di no a chi gli chiedeva qualcosa. L'unica sua passione erano i divertimenti e le donne, e poiché, secondo il suo modo di vedere, non c'era nulla di male a coltivare queste inclinazioni, ed egli non concepiva nemmeno che il soddisfacimento di tali piaceri potesse dar luogo a conseguenze per le altre persone, in cuor suo si considerava un uomo irreprensibile, disprezzava sinceramente i mascalzoni e i malvagi e andava a testa alta, con la coscienza del tutto