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concesso di attraversare la corrente sotto gli occhi dell'imperatore; ed era evidente il suo timore di sentirsi opporre un rifiuto, come un ragazzo che chieda il permesso di montare a cavallo. L'aiutante rispose che probabilmente l'imperatore non avrebbe sgradito questo eccesso di zelo.   
   Non appena l'aiutante ebbe espresso quest'opinione, il vecchio ufficiale baffuto levò alta la sciabola, il volto radioso e gli occhi luccicanti, lanciò un «Evviva!», e dopo aver ordinato agli ulani di seguirlo, diede di sprone al cavallo e galoppò in direzione del fiume. Scudisciò con rabbia il cavallo che gli si era impuntato sotto, poi entrò deciso nell'acqua, inoltrandosi verso la rapida corrente. Centinaia di ulani galopparono dietro di lui. Al centro, dove la corrente era più impetuosa, l'acqua era fredda, la sensazione raccapricciante. Gli ulani si aggrappavano l'uno all'altro cadendo di cavallo; qualche animale affogò, e affogarono anche alcuni uomini; gli altri insistevano nel procedere a nuoto, chi stando in sella, chi reggendosi alla criniera. Si sforzavano di nuotare, avanti, verso l'altra sponda, e, sebbene a mezzo miglio di distanza ci fosse il guado, erano orgogliosi di nuotare e di affogare in quel fiume, sotto lo sguardo di quell'uomo che, seduto sul tronco, non si curava nemmeno di guardare. Quando l'aiutante fu di ritorno, colse il momento opportuno e si permise di attirare l'attenzione dell'imperatore sulla devozione di cui i polacchi davano prova nei confronti della sua persona. Il piccolo uomo in redingote grigia si alzò e, chiamato a sé Berthier, prese a passeggiare con lui avanti e indietro lungo la riva, impartendo ordini e dando ogni tanto un rapido sguardo contrariato a quegli ulani che annegavano, distraendolo dalla sua concentrazione.   
   Non era nuova per lui, la convinzione che la sua presenza a ogni capo del mondo, dall'Africa alle steppe della Moscovia, agiva sulle folle come

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