sottufficiale mandò un soldato ad avvisare il suo diretto superiore.
Senza rivolgere la minima attenzione a Balašëv, il sottufficiale si mise a parlare con i compagni dei problemi del reggimento e non si curò più del generale russo.
Riusciva insolito e strano a Balašëv, uso al contatto quotidiano coi più alti esponenti del potere supremo, reduce dal colloquio di tre ore prima con l'imperatore, e assuefatto agli onori in forza delle sue stesse mansioni, assistere lì, in terra russa, a quell'atteggiamento ostile, a quel tono irriverente, al peso della forza bruta che era costretto a subire.
Il sole cominciava in quel momento a levarsi tra le nubi; l'aria era fresca e sentiva la guazza. Un gregge veniva sospinto al pascolo lungo la strada che veniva dal villaggio. L'una dopo l'altra le allodole si levavano in volo, simili a bollicine nell'acqua, e trillavano frullando nel cielo.
Balašëv si guardava attorno, aspettando l'arrivo dell'ufficiale dal villaggio. I soldati russi, il trombettiere e i due cosacchi e gli ussari francesi ogni tanto si guardavano a vicenda senza dire una sola parola.
Il colonnello francese che comandava gli ussari, evidentemente appena sceso dal letto, arrivò dal villaggio in sella a un cavallo grigio e ben pasciuto con la scorta di due ussari. Il colonnello, i soldati e i loro cavalli spiravano un'aria di compiacenza e di spavalda eleganza.
Era il periodo iniziale di una campagna di guerra, quando le truppe sono ancora in assetto impeccabile, quasi uguale a quello delle riviste, del tempo di pace, con in più una sfumatura di elegante baldanzosità nel vestire e sul piano morale, quel che di giocondo e intraprendente che sempre si accompagna agli inizi delle campagne militari.