di Napoli. Benché non si potesse dire in che senso era il re di Napoli, tutti lo chiamavano così; ed egli per primo era convinto di esserlo, cosicché aveva un'aria più trionfante e imponente di quanto l'avesse prima. Era così persuaso di essere davvero il re di Napoli che, alla vigilia della sua partenza mentre passeggiava per le strade di quella città insieme con la moglie, e alcuni italiani gli avevano gridato: «Viva il re!» egli con un triste sorriso si era rivolto alla consorte e aveva detto: «Les malheureux! Ils ne savent pas que je les quitte demain!»
Ma, nonostante credesse fermamente di essere il re di Napoli e provasse pena per il dolore dei sudditi che abbandonava, negli ultimi tempi, dopo che gli era stato ordinato di rientrare in servizio, e soprattutto dopo l'incontro con Napoleone a Danzica, allorché l'augusto cognato gli aveva detto: «Je vous ai fait Roi pour régner à ma manière, mais pas à la vôtre,» egli di buon grado si era dedicato all'attività che ben conosceva; e come un cavallo ben pasciuto ma non ancora grasso e idoneo al servizio, sentendosi ormai attaccato al carro giocava fra le stanghe e adornandosi nel modo più costoso e appariscente, galoppava allegro e contento, senza sapere nemmeno per dove e perché, attraverso le strade della Polonia.
Alla vista del generale russo, con gesto regale e solenne, respinse indietro il capo con quei capelli a riccioli fluenti sulle spalle, e fissò il colonnello francese, con aria interrogativa. Il colonnello in tono d'ossequio spiegò a Sua Maestà quali fossero le qualifiche di Balašëv, del quale non riuscì a pronunciare il cognome.
«De Bal-macheve!» disse il re, storpiando il nome del russo, e superando con la sua risolutezza la difficoltà incontrata dal colonnello; «charmé de faire votre connaissance, général,» soggiunse, con un gesto di regale condiscendenza.