accettava di aprire negoziati. Ma poi s'era abbandonato al proprio eloquio, e quanto più parlava, tanto meno era in grado di tener a freno il proprio discorso.
Il suo unico scopo, ora, consisteva in modo palese nell'esaltare se stesso e nel denigrare Alessandro: ossia l'opposto di ciò che intendeva all'inizio dell'abboccamento.
«Dicono che avete concluso la pace con i turchi.»
Balašëv chinò il capo in segno di assenso.
«La pace è stata conclusa...» cominciò.
Ma Napoleone non lo lasciò proseguire. Sentiva, evidentemente, il bisogno di parlare lui solo, e infatti proseguì con quella scioltezza e virulenza espositiva che caratterizzano le persone viziate dal successo.
«Sì, lo so, voi avete concluso la pace con i turchi senza averne ottenuto né la Moldavia né la Valacchia. E pensare che io, invece, avrei concesso al vostro sovrano quelle province così come gli ho accordato la Finlandia. Sì,» continuò, «io le avevo promesse, e le avrei date all'imperatore Alessandro, la Moldavia e la Valacchia, mentre ora si troverà privo di due magnifiche province. E invece avrebbe potuto annetterle al suo impero: nell'arco di un solo regno avrebbe esteso il territorio della Russia dal golfo di Botnja alle foci del Danubio. Caterina la Grande non avrebbe potuto far meglio,» continuò Napoleone, scaldandosi sempre più; e intanto camminava su e giù per la stanza ripetendo a Balašëv press'a poco le stesse parole che aveva detto ad Alessandro, a Tilsitt. «Tout cela il l'aurait dû à mon amitié... Ah! quel beau règne, quel beau règne!» ripeté più volte; si fermò, levò di tasca la tabacchiera d'oro e annusò avidamente. «Quel beau règne aurait pu être celui de l'empereur Alexandre!»