sapeva quanto Alessandro ambisse ad essere un condottiero.
«La campagna è in corso da una settimana e voi non avete saputo difendere Vilno. Siete tagliati in due ed espulsi dalle province polacche. Nel vostro esercito serpeggia lo scontento...»
«Al contrario, Maestà,» interruppe Balašëv, che a stento riusciva a ricordare ciò che gli veniva detto e seguiva a fatica quel fuoco d'artificio di parole, «le truppe ardono dal desiderio...»
«So tutto,» lo interruppe Napoleone. «Io so tutto; so con esattezza il numero dei vostri battaglioni né più né meno come il numero dei miei. Voi non avete nemmeno duecentomila uomini: io ne ho il triplo. Vi do la parola d'onore,» continuò, dimenticandosi che quella sua parola d'onore non poteva rivestire alcun valore, «vi do ma parole d'honneur que j'ai cinq cent trente mille hommes de ce côté de la Vistule. I turchi non sono in grado di aiutarvi: sono dei buoni a nulla e lo hanno dimostrato riducendosi a firmare la pace con voi. Quanto agli svedesi, il loro destino è quello di essere governati da re folli. Il loro re era pazzo; lo hanno cambiato e si sono presi un Bernadotte, che subito è impazzito, perché soltanto un pazzo, essendo svedese, può stipulare un'alleanza con la Russia.» Napoleone ebbe un sorrisetto maligno e di nuovo si portò la tabacchiera al naso.
A ogni frase di Napoleone, Balašëv avrebbe voluto e avrebbe avuto di che rispondere; egli faceva di continuo il gesto di chi desidera dire qualcosa, ma Napoleone gli impediva di parlare. A proposito, per esempio, della pretesa follia degli svedesi, Balašëv avrebbe valuto obiettare che la Svezia è un'isola, quando ha la Russia come alleata; ma Napoleone uscì in uno strillo di rabbia per soffocare la sua voce. Napoleone era in preda a quello stato di irritazione in cui si sente il bisogno di parlare,