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parlare, parlare, al solo scopo di dimostrare a se stessi la validità delle proprie argomentazioni. Per Balašëv la situazione si faceva sempre più penosa e imbarazzante: come ambasciatore temeva di compromettere la propria dignità e sentiva l'urgente necessità di replicare; come uomo, si ritraeva moralmente di fronte all'impeto di quell'ira incontrollata e senza motivo, di cui Napoleone era palesemente in preda. Sapeva che tutte le parole pronunciate in quei momenti da Napoleone non avevano importanza alcuna, che lui per primo, quando si fosse ripreso, se ne sarebbe vergognato quando fosse tornato in sé. Intanto se ne stava immobile, gli occhi bassi, fissando i movimenti delle grosse gambe di Napoleone e cercando di evitare il suo sguardo.   
   «Cosa volete che m'importi di questi vostri alleati?» disse Napoleone. «Io, per alleati ho i polacchi: i polacchi sono ottantamila e si batteranno come leoni. Col tempo diventeranno più di duecentomila.»   
   A questo punto, probabilmente esasperato dal fatto di aver detto una menzogna grossolana e dall'atteggiamento docile e sottomesso di Balašëv, Napoleone bruscamente si girò su se stesso, tornò sui suoi passi, e accostatosi al viso del suo interlocutore, quasi si mise a gridare, agitando le sue piccole mani bianche:   
   «Sappiate che se farete sollevare la Prussia contro di me, io la cancellerò dalla carta dell'Europa!» e col volto sfigurato dall'ira con un gesto energico batté le sue piccole mani l'una contro l'altra. «Sì, io vi respingerò oltre la Dvina, oltre in Dnepr, e tornerò a innalzare contro di voi quella barriera che l'Europa con criminosa cecità ha permesso di abbattere. Sì, è questo che vi accadrà: ecco che cos'avete guadagnato, allontanandovi da me,» continuò. Poi tacque e mosse alcuni passi per la stanza, sussultando con le sue grasse spalle. Ripose la tabacchiera nella

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